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Studio del Vetro nell'antichità

di Corrado Palmiero

Il commercio del vetro


Generalità chimica del Vetro - Le fonti di Silice

Lo scambio o il commercio implica che i beni passino da uno all'altro e che questo avvenga in una transazione a doppio senso. l'antropologo americano Carl Polany ha stabilito che esistono tre tipi diversi di modalità di scambio: la reciprocità (uno scambio tra persone che si trovano in una posizione di parità, nessuno è dominante), la ridistribuzione (presuppone l'attività di una qualche organizzazione centrale) e lo scambio di mercato (presuppone un luogo specifico dove possono avvenire le transizioni di scambio, con un sistema di determinazione dei prezzi attraverso la negoziazione) Ogni popolo e cultura ha posseduto e possiede determinati oggetti a cui attribuisce un certo valore; con lo sviluppo della pirotecnologia alcuni manufatti assunsero una certa importanza e tra questi anche il vetro. Un problema che si pone in mancanza di fonti scritte è quello di riuscire a valutare e stabilire l'esatto sito da dove arriva determinata merce e quanto di quella merce venga movimentata e quindi tentare una ricostruzione indiretta, indagando sulle risorse di materie prime con dati analitici e analisi chimiche, considerando principalmente le modalità di approvvigionamento in zone vicine ai siti di produzione.
Nella descrizione di Plinio sulle tecniche della lavorazione del vetro, apprendiamo che erano necessarie due fasi: la prima consisteva nel mescolare bene le materie prime e fonderle in una serie di fornaci contigue, fino ad ottenere dei lingotti lucenti di colore nerastro, la seconda preveda il trasporto dei lingotti in officine dove venivano rifusi ( eventualmente con l'aggiunta di materiali accessori, come i componenti per la colorazione) per ottenere il vetro da soffiare.

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In antichità il commercio del vetro allo stato grezzo sotto forma di lingotti è ampiamente documentato soprattutto dai relitti ritrovati. Uno dei relitti più antichi ritrovati, presso Kaş, sulla costa meridionale della Turchia, risale alla età del bronzo, ed è stato datato al XIV secolo, sembra certo che navigasse verso occidente dalla costa orientale del mediterraneo. Tra il carico che conteneva (lingotti di rame, di stagno, ceramica cipriota) c'erano anche anfore cananee colme di resina e lingotti di vetro, quindici di essi sono ancora intatti, altri frammentari, il diametro oscilla tra cm. 12,5 e 15,5, mentre l'altezza è di cm 5,5, il colore è blu, con esemplari in vetro verde con striature bianche e nere, o marrone chiaro, o ambra; tra il carico ritrovato c'era anche un'anfora canaanea colma di perle di vetro .
Questo dato ci testimonia come già in antichità fosse importante il vetro, ma soprattutto è indice di uno scambio dove la materia grezza del vetro aveva un suo centro di produzione, senza altro legato al fatto della facilità con cui si poteva disporre della materia prima necessaria per la sua produzione.
Le analisi chimiche sui campioni ci hanno permesso di stabilire la provenienza delle materie prime e quale fossero i luoghi deputati per la produzione; quelle eseguite sui vetri romani europei ( fino al IV secolo d.C.) hanno messo in evidenza una omogeneità dei componenti principali fra campionature di diversa provenienza geografica e ci rimandano ad un unico centro di produzione, per l'approvvigionamento della materia prima, sulle rive del fiume Belus sulle coste siro-palstinese, dove la sabbia pura era particolarmente famosa e ricercata, nella prima età imperiale.
Invece le analisi chimiche eseguite sui lingotti di vetro ritrovati nel relitto di Kaş ha rivelato la stessa composizione chimica dei vasi egizi della XVIII dinastia e dei monili micenei, dove le terre vetrose egiziane, come c'informa Strabone rendevano la produzione di vasi particolarmente pregiati.
Il frittaggio della miscela per la massa vetrosa, era il primo passaggio precedente a quella della fusione, con lo scopo di fare sviluppare nella miscela reazioni allo stato solido tra silice e alcali, ottenuta a bassa temperatura, inferiore a quella di fusione. La fritta così ottenuta veniva raffreddata e macinata finemente . La fase successiva era la fusione.
L'attività di un centro di lavorazione del vetro non richiedeva necessariamente l'uso di forni per la fusione di materie prime, queste era possibile procurarsele da altre officine specializzate. il vetro grezzo o di scarto poteva essere rifuso a una temperatura di 100 – 150 C°.

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Le tavolette di Ninive descrivono tre tipi di forni vetrai, il primo descritto è destinato alla realizzazione della fritta, il secondo alla fusione e lavorazione del vetro, incerta invece la funzione del terzo, anche Plinio parla di una tecnica in tre forni separati.
Dai pochi dati qui desunti e come confermano gli studiosi i centri di produzione della materia primaria almeno fino al V- VI sono prevalentemente nell'area mediorientale. Per ciò che concerne il vetro musivo è stato ipotizzato che la tecnologia di lavorazione del vetro musivo doveva essere diversa e maggiormente più complessa di quella del vetro incolore, ma che comunque mantengono sempre la stessa caratteristica e cioè che il natron è stato l'unico fondente utilizzato.


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